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tu quoque, Vendola! 

-         tu quoque, Vendola!  -

di Paolo De Gregorio, 30 aprile 2010 

 

Il governatore della Puglia, alternativissimo, dall’eloquio retorico ed ottocentesco,   che parla di “nuovo vocabolario per la politica” e di “una nuova narrazione del sociale”, anche se alla fine dei suoi discorsi ci si ritrova con un po’ di mal di testa, non esce, nemmeno lui, dall’angusto recinto in cui è confinata la sinistra istituzionale e in fondo auspica anche lui una ripresa economica di cui non suggerisce un protagonista diverso dal capitalismo.

Gli operai al nord votano Lega perché leghisti sono i padroni, leghisti vi sono nelle banche, e se tu non proponi un modo alternativo di produrre è meglio che questo sistema continui con il potere politico da affiancare a quello dei padroni e delle banche.

 

Il passo in più, oltre, che Vendola non fa, è quello di promuovere, nel quadro del suo piano (giustissimo) di solarizzazione della regione, anche un nuovo modo di produrre, che non contempli i vecchi appalti e subappalti, che vanno sempre a finire in mani poco pulite, stabilendo (ad es. del fotovoltaico) che tutta la filiera, dalla produzione dei pannelli fino alla loro installazione, sia affidata a cooperative sociali da costituire sul territorio, che assorbano i disoccupati, e questi ultimi vengano inviati per le specializzazioni, ad esempio a Bolzano, dove sono  all’avanguardia in questa materia.

Questo significa incrinare l’egemonia capitalista, se l’ente locale e i lavoratori si parlano, fanno progetti, acquisiscono competenze, sono seri,  arrivano alla fiducia e alla efficienza, senza padroni, è qui il nuovo, ma Vendola non si spinge fin qui.

 

Eppure la cosa è di una chiarezza cristallina, se tu “sinistra” (per ora sparita) hai rinunciato alla rivoluzione, accetti il gioco (oggi teatrino) democratico, l’unico contropotere che puoi avere è quello di sostituire il lavoro salariato con iniziative di feroce concorrenza, di tipo cooperativo, che sottraggano quanto più mercato possibile.

Se la Lega delle Coop, invece di abbandonare il progetto dei suoi padri fondatori, avesse continuato sul territorio, con l’aiuto delle sue finanziarie, a strappare pezzi di economia alla gestione capitalista, soprattutto con milioni di piccole e medie aziende, invece di fare ipermercati e giochi di potere, ci ritroveremmo non con la cultura leghista, ma con l’orgoglio di avere una parte consistente della classe operaia pensante, che partecipa, che non teme il licenziamento, che autogestisce il proprio futuro, che fa funzionare il cervello, invece di obbedire e accettare ambienti di lavoro rischiosi, per il profitto di pochi.

 

La estremizzazione di questa teoria può facilmente essere portata sul terreno della concretezza,basta pensare al lavoro salariato dei padroni degli aranceti di Rosarno, che godono di una immigrazione di schiavi lasciandoli in condizioni subumane, le loro logiche sono chiare. Altrettanto chiare sono le cooperative di Don Ciotti, che dai terreni sequestrati ai mafiosi producono il ben di dio, collaborando tra loro, senza padroni, vendendo direttamente ciò che producono.

 

Caro Vendola, la nuova cultura di cui abbiamo bisogno non viene dai libri, ma da una società che non è più divisa tra chi comanda e chi obbedisce, dove le persone incominciano a praticare quella virtù, oggi quasi sconosciuta, di collaborare tra di loro, di sostenersi a vicenda, di godere della sicurezza del posto di lavoro e di serenità, di potersi dividere i frutti economici del proprio lavoro senza mantenere parassiti o caporali.

Qualunque strategia di una nuova sinistra che prescinda dal rifiuto della schiavitù del lavoro salariato non avrà futuro.

Paolo De Gregorio

 
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infatti la cooperativa si prefigge di ottenere il giusto prezzo che sia appagante per il produttore agricolo e conveniente per il consumatore.
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